Donne nel Parto: Racconti Autobiografici

Ho iniziato il mio mestiere di levatrice 35 anni fa, affiancando tante donne e tante coppie nell’esperienza della nascita, in casa o in ospedale.

All’inizio era come una sfida: poter rispondere ai bisogni e alle aspettative di ogni donna che desiderava partorire in un modo più attivo e consapevole.

Un evento naturale, eppure, nella maggior parte delle volte, espletato in ospedale, il luogo dove si cura la malattia. Ho sempre sentito questo binomio come una stonatura: là dove la gravidanza e il processo del parto  sono fisiologici non dovrebbero esserci comportamenti medicalizzati, interventisti.

Invece negli anni 80 era così: molte donne venivano stimolate già all’inizio del termine di gravidanza, con scollamento delle membrane, amniorexi, infusione di ossitocina; depilate, clisterizzate, spersonalizzate, tenute digiune, obbligate a letto; l’80% di loro subiva l’episiotomia di prassi, moltissime la kristeller, e nessuna era a conoscenza del diritto di scegliere: in che posizione stare, di essere rispettate nei tempi individuali di travaglio, di essere accompagnate da una persona cara, di fare una doccia, mangiare, bere, dormire, usare la voce…..e dopo, di stare col proprio bambino, allattarlo.

 

Poi i dati scientifici hanno dimostrato che il parto, se fisiologico, non necessita di interventismi, che la maggior parte delle procedure di assistenza sono invasive e interferiscono coi processi naturali;  che le donne, se sostenute, sanno partorire; l’OMS controindicò molti comportamenti inutili e controproducenti, dichiarò che l’episiotomia non è utile come sembra, anzi, che nella maggior parte dei casi favorisce l’incontinenza urinaria, il dolore durante i rapporti, disequilibri della sfera sessuale, e che non è detto che col parto debbano avvenire lacerazioni.

 Se non si forza la mano.

 

Che scegliere una posizione  facilita il processo del parto e che i tempi del travaglio sono personali e vanno rispettati; dimostrò che l’allattamento materno era la soluzione migliore per favorire lo sviluppo affettivo – emozionale e l’accrescimento salutare del bambino. Con il tempo, alcuni ospedali si adeguarono abbastanza velocemente alle nuove indicazioni, altri con estrema lentezza e mal interpretando il messaggio educativo di una nuova ostetricia.IMG_1699

Oggi, con la grande epidemia si sta tornando indietro: in alcuni ospedali la coppia viene separata, la donna si ritrova sola, in altri può essere affiancata nel parto, ma dopo, non può più incontrare il partner fino alla dimissione. In altri ancora i padri possono entrare in sala parto e poi tornare ogni giorno fino alla dimissione. In alcuni nosocomi, addirittura, le madri non possono tenere i piccoli con sé nel letto e devono allattarli con la mascherina. Non c’è congruenza, ogni ospedale fa a modo suo, non si capisce in base a quali criteri si pongono delle regole e soprattutto non si tiene più conto delle priorità: il bambino nasce da una madre e ha convissuto 10 mesi con la coppia, e dopo anche tornerà a casa con loro, perché separarlo, perché separare i genitori, se non hanno sintomi.

Infine c’è la relazione tra la coppia e la struttura, il personale, le ostetriche, le puericultrici: a volte gentili, attente, premurose, in altri casi arroganti, aggressive, autoritarie, di fronte a semplici richieste di aiuto.   Le più penalizzate sono spesso le donne che subiscono un cesareo: per motivi di protezione, nei primi giorni non possono avere accanto una persona che le accudisca o le aiuti col bambino, tenendo conto del fattore dolore, limitazione nei movimenti, apprensione, necessità di tempo per sentire, attaccarsi al piccolo, accudirlo. Tutti siamo disorientati di fronte al grande cambiamento, ma noi operatori siamo accanto a pazienti giovani, anziani,  puerpere, neo-padri, bambini, neonati, ancora più disorientati di noi, e comunque col diritto al rispetto e ad un’assistenza adeguata sui diversi piani, clinico, relazionale, emozionale, intellettuale, sociale.

In tanti anni ho incontrato coppie, donne, colleghe, dentro e fuori dagli ospedali, con le quali mi sono confrontata, ho messo in gioco il mio femminile, i miei limiti, le mie speranze.

Ho così sviluppato l’idea di pubblicare storie di  donne nel parto. Nel tempo, ho ricevuto in dono da molte persone, il racconto dei loro vissuti, toccanti e commoventi e, con il loro permesso e gratitudine ho deciso di pubblicarli. Queste storie sono anche un po’ le mie,  perché ho condiviso con loro quei momenti, stando accanto, ascoltando, sostenendo. Per me è stato ogni volta un privilegio e un grande insegnamento. E così, a seguire li pubblicherò a cadenza settimanale.

Buona lettura.

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